Facendo riferimento al tema del progetto, ho deciso di dare spazio a ciò che è all’antitesi
dell’interporto, ovvero la Natura.
Ovunque esistano e quindi, RESISTANO, specie come la Tigre, l’Elefante o l’Orso polare, vuol dire
che la nostra Terra è ancora salva. Inutile sottolineare che il periodo che stiamo vivendo sia molto
complicato e che tutto il globo sia in crisi, climatica, e non.
Mi son voluta soffermare su animali che stanno perdendo il loro habitat, vorrei che questo
messaggio passasse forte : OVUNQUE ci sia ancora la fauna selvatica, vuol dire che siamo
“Salvi”.

L’interporto è molto lontano ovviamente da questo concetto, ma essendo inserito così bene nel
tessuto urbano, può essere un bel punto di riflessione per le persone che ne usufruiscono o per i
visitatori.

PARTE DUE:

Il murales concepito per il casottino dell’Interporto di Bologna si configura come un dispositivo
visivo liminale, capace di abitare e interrogare la natura stessa dell’interporto: uno spazio di
transito, per definizione privo di identità stabile, eppure densamente carico di possibilità.
Sulla prima facciata, la figura del leone emerge come presenza archetipica e ambigua. Non è
soltanto emblema di forza o dominio, ma soglia vivente tra dimensione naturale e costruzione
simbolica. Alle sue spalle, una barca si staglia come elemento dissonante e al contempo
necessario: oggetto umano per eccellenza, vettore di movimento e attraversamento, ma qui
sospeso, quasi decontestualizzato, come se navigasse in un altrove mentale più che geografico.
La relazione tra il leone e la barca non è narrativa, bensì tensiva: un campo di forze in cui l’istinto e
la progettualità, il selvatico e l’artificiale, coesistono senza risolversi.
La seconda facciata introduce una vibrazione cromatica differente, costruita su una gamma di
colori pastello che attenuano e insieme amplificano la percezione di straniamento. I macachi,
disposti su un’altra imbarcazione, agiscono come figure speculari e corali: meno monumentali del
leone, ma più dinamici, portatori di una dimensione quasi ludica che incrina ulteriormente ogni
tentativo di lettura univoca. Anche qui, la barca non è mezzo ma condizione: uno spazio instabile
che suggerisce deriva, migrazione, possibilità.
L’intervento nel suo insieme non mira a rappresentare l’interporto, ma a risuonare con la sua
natura profonda: un “non luogo” che, proprio nella sua apparente neutralità, diventa terreno fertile
per immaginare coesistenze improbabili. La componente onirica e pittorica non è un’evasione, ma
una strategia: sospendere il reale per renderlo nuovamente percepibile.